L’incontro riservato
Così Saccomanni ha offerto ai banchieri una “stampella” di stato
Un fallimento del mercato. E’ l’idea che si sono fatti in Banca d’Italia dopo aver passato in rassegna lo stato di salute e i comportamenti delle banche italiane. Da un anno a questa parte, aumentano i depositi in modo ormai costante, eppure si riducono i prestiti, e le due curve continuano a divergere. Prende corpo, dunque, un intervento pubblico attraverso il fondo di garanzia per il finanziamento delle piccole e medie imprese che fa capo al Tesoro. Un altro grattacapo per Fabrizio Saccomanni. Tutto miele, invece, per i banchieri chiamati a consulto martedì scorso al ministero dell’Economia. Brambilla Oro colato
20 AGO 20

Un fallimento del mercato. E’ l’idea che si sono fatti in Banca d’Italia dopo aver passato in rassegna lo stato di salute e i comportamenti delle banche italiane. Da un anno a questa parte, aumentano i depositi in modo ormai costante, eppure si riducono i prestiti, e le due curve continuano a divergere. Prende corpo, dunque, un intervento pubblico attraverso il fondo di garanzia per il finanziamento delle piccole e medie imprese che fa capo al Tesoro. Un altro grattacapo per Fabrizio Saccomanni. Tutto miele, invece, per i banchieri chiamati a consulto martedì scorso al ministero dell’Economia.
Alla riunione ristretta, introdotta da Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, hanno partecipato i vertici di Unicredit, Intesa, Generali, Allianz, Unipol, Cassa depositi e prestiti. Allentare la stretta del credito è la chiave per la ripresa e conta ancor più che non distribuire un po’ di quattrini riducendo le imposte. Saccomanni e i suoi ex colleghi di Palazzo Koch credono che, vista la modestia delle risorse a disposizione, un piccolo aumento dei redditi non finirebbe ai consumi, ma ai risparmi. Lo dimostrano i dati sui depositi bancari e l’aumento del tasso di risparmio. Gli economisti lo chiamano comportamento cautelativo: c’è sfiducia, c’è paura che la recessione peggiori, nessuno crede che le tensioni sullo spread siano finite e che l’euro sia davvero al sicuro. Dunque, la via per uscire dalla recessione è spingere gli investimenti, sbloccare le imprese oggi paralizzate (il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione deve servire a questo, e i suoi effetti si vedranno solo in autunno) e riaprire i rubinetti del credito.
La Bce ha fornito liquidità, Mario Draghi è disposto a farlo ancora e fino in fondo. “Non vi farò mancare il carburante”, ha assicurato. I banchieri, però, mettono le mani avanti, come spiega chi ha partecipato alla riunione. I bilanci sono infarciti di crediti ad alto rischio. C’è bisogno di aumentare il capitale, però le fondazioni boccheggiano e oggi come oggi non ci sono altri investitori disponibili (tanto meno privati). Non basta certo accantonare gli utili, visto che sono così scarsi. E di fronte a un quadro macroeconomico ancora negativo, nessuno vuole fare la prima mossa. Certo, i gestori delle banche potrebbero comportarsi da imprenditori e ristrutturare le loro aziende per aumentare la redditività: è quel che la Banca d’Italia chiede loro da anni. Qualcosa è stato fatto, ma chi ha il coraggio di affrontare tensioni sindacali in questo momento? Prediche inutili; quindi, occorre seguire altre strade.
C’è il ricorso a finanziamenti diretti che, però, vale soprattutto per le grandi imprese. Si discute di fondi di debito, qualcuno riesuma anche il ritorno al credito speciale. Tutte ipotesi ancora fumose. L’unica concreta, a questo punto, è rifinanziare il fondo di garanzia per i crediti alle piccole e medie imprese. In sostanza, lo stato sottrae alle banche ogni rischio sperando che aprano il portafoglio. I “mercatisti” inorridiscono, ma l’alibi teorico è pronto: il mercato ha fallito, ancora una volta. Le risorse necessarie, secondo le stime emerse alla riunione di martedì, non sono enormi. Si calcola che 4 miliardi ne possano mettere in moto una quarantina circa. Secondo gli economisti di Unicredit, il moltiplicatore è più elevato: 500 milioni a carico del bilancio pubblico a fronte di prestiti per 30 miliardi. Va detto che le garanzie pubbliche non aumentano automaticamente il deficit statale – non sono erogazioni – Saccomanni, però, non ha risorse per affrontare l’Imu e l’Iva. Il ministro dell’Economia cerca quindi spazi di manovra nella riduzione delle spese anche vendendo parte del patrimonio (comprese quote di Eni, Enel, Finmeccanica). E la prossima legge di bilancio diventa comunque un appuntamento con il destino.
Brambilla Oro colato